Sam Shepherd ha un dottorato in neuroscienze conseguito allo University College of London e fino a qualche anno fa non aveva mai scritto una nota per un balletto. Quando Tamara Rojo, direttrice artistica del San Francisco Ballet, gli ha chiesto un pezzo, lui le ha risposto più o meno: "sai, preferirei farne uno intero". È il tipo di risposta che uno scienziato prestato all'elettronica dà quando non ha ancora capito i propri limiti, infatti «Mere Mortals», uscito per Deutsche Grammophon a due anni esatti dalla prima del balletto al War Memorial Opera House, non ha nessuna delle prudenze di chi sa cosa non può fare.
Il punto di partenza è stato il mito di Pandora, ma Shepherd non lo racconta, lo rivede. Ha scoperto la storia attraverso la compagna, la ballerina Hannah Ekholm, e attraverso le riletture della classicista Natalie Haynes, e ne è uscito convinto che le traduzioni canoniche avessero derubato Pandora della sua volontà, riducendola a colpevole di un disastro che non le apparteneva. Nella versione coreografata da Aszure Barton, Pandora diventa curiosità, non colpa.
Quello che Shepherd costruisce con la San Francisco Ballet Orchestra è un dialogo vero, non una sovrapposizione di elettronica agli archi. Leggo che ha utilizzato un Buchla del 1963 e un Therevox ET 4.3 - non so cosa siano ma forse tu si - ad ogni modo li ha piazzati dentro l'orchestra invece che aggiunti in post-produzione, e i momenti migliori del disco sono quelli in cui il confine tra sintetico e acustico smette di essere leggibile: «Rage of the Gods» fa collidere percussioni elettroniche e droni orchestrali senza che nessuno dei due prevalga, «Falling to Earth» costruisce un crescendo tra timpani e synth che è la cosa più fisica che Shepherd abbia scritto da «Promises», il disco con Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra che gli aveva già dimostrato come parlare con un'orchestra senza sovrastarla.
Arpa e Therevox intrecciati in «Her Gift», un episodio che lui stesso ha definito il momento più bello dell'intero processo, sentire quello che aveva scritto sulla carta trasformarsi tra le mani della violinista solista Cordula Merks in «Nowhere to Land», al punto da fargli venire voglia di scriverne ancora.
Detto questo, il disco ha un difetto che nessuna quantità di belle idee risolve: senza i corpi in scena, senza le mani proiettate, senza la costruzione drammaturgica di Barton, certi passaggi restano frammenti sospesi, appunti orchestrali in cerca di un contesto che l'ascolto casalingo non può restituire. L'album a volte sembra il contorno di un pasto che si è consumato altrove. Non è un difetto di scrittura ovviamente ma un limite del formato, chi ha visto il balletto sente in «Mere Mortals» un mondo compiuto, chi non l'ha visto sente comunque un artista capacissimo ma che a tratti lascia il lavoro sospeso.
Resta il fatto che pochi musicisti usciti dalla club culture britannica avrebbero avuto il coraggio, o l'incoscienza, di prendere un vaso mitologico, un'orchestra sinfonica e farne un oggetto che suona.
