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Quattro anni di silenzio, e poi questo casino meraviglioso. Dopo «Most Normal» i quattro di Dublino si erano sparpagliati: Adam Faulkner dietro i tamburi dei Lankum, Daniel Fox a produrre mezza scena irlandese nuova, Alan Duggan Borges a sfornare techno rumorosa come Null Club, Dara Kiely a dipingere. «Pugnello», fuori dal 25 settembre per Rough Trade, è il momento in cui tutte quelle strade tornano a casa sfondando la porta a calci. È il disco più radicale dei Gilla Band. Ed è anche, cazzo, il più diabolico.

Un italiano penserebbe forse ad un piccolo pugno un emiliano ad altro... Ad ogni modo, piccolo un accidente. «The Angelus» parte con breakbeat sparati come una mitragliatrice e da lì in avanti la chitarra smette quasi di fare la chitarra. Il "motore" è prodotto da una drum machine, la Pērkons HD-01 (che non so cosa sia, n.d.a.) di Erica Synths, che Duggan Borges ha piazzato ovunque dopo anni passati a collezionare synth e macchine d'epoca. La band in una intervista lo dice chiaramente: l'anima dance c'è sempre stata ma qui però si prende il volante e si pesta sull'acceleratore.

I riferimenti primari li ha dichiarati Fox stesso, e sono la chiave di tutto: The Prodigy e The Chemical Brothers. Il suo esempio è «Firestarter», una canzone pop imbottita di rumori storti. Ecco il metodo di «Pugnello»: il rumore non fa da muro, fa da ingrediente, e il pezzo vuole solo farti muovere il culo. Poi c'è la techno industriale di Blawan, che la band aveva già rifatto quando si chiamava ancora Girl Band, e che riaffiora nello shuffle deforme di «Giraffe». «Alogia» ha un groove alla LCD Soundsystem ma con i nervi scoperti. Tra i contemporanei la parentela è con Model/Actriz e Mandy, Indiana, la famiglia del "tutto è percussione". Chitarre alla Swans e la scrittura sghemba di Mark E. Smith. Un pedigree così non si inventa...

Sotto il frastuono, però, c'è un lutto. Kiely ha perso il padre e nel frattempo ha ricevuto una diagnosi di schizofrenia. Racconta che quando ti crolla addosso qualcosa di enorme torni bambino, e il disco fa proprio questo: si riempie di Power Rangers («The Megazord»), di Crazy Frog, di Henry Hoover e di cameretta anni novanta. Ridi, poi di colpo non ridi più. Tenere insieme il ridicolo e il dolore senza trasformare uno dei due in una posa è roba da pochissimi. I Gilla Band ci riescono perché si rifiutano di scegliere.

Il finale ti stende. Per «At the Gallop» Kiely ha preso a modello «Trans» di Neil Young, il disco in cui il vocoder era un modo per comunicare con un figlio che non poteva parlare. Qui la voce filtrata è quella di un figlio che prova a parlare con un padre che non c'è più. Dopo nove pezzi di martellate, capisci che tutto quel rumore serviva a dire una cosa semplicissima...

«Pugnello» non avvisa e non fa sconti, il divertimento è garantito solo se reggi un disco intero d'ansia amplificata, e ci sono momenti in cui la pressione è così costante che ti senti più preso a schiaffi che coinvolto. E no, non è il disco noise più bello in circolazione ma ci va vicino, quel posto resta dei Mandy, Indiana con «URGH» (IMHO), che la stessa rabbia la dosano con più crudeltà.

Chi aspettava le chitarre di «Holding Hands With Jamie» troverà una band che le ha usate come carta vetrata e poi le ha mollate in un angolo. Travolgente è la parola giusta. Alza il volume e fatti male.