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Un chilometro dopo l'altro, sempre a tavoletta! Gold Panda ha smesso di guardare fuori dal finestrino e si è messo in sella. «Ton Up» prende il titolo dal gergo dei ton-up boys inglesi, quelli che sulle café racer degli anni Sessanta puntavano a toccare le cento miglia orarie tanto per il gusto di farlo, e non è solo un dettaglio di copertina... Derwin Dicker ha buttato via la calma da cameretta che lo aveva portato ad essere amato, l'elettronica opalescente in orbita alla Four Tet, J Dilla e Susumu Yokota, e ha consegnato a Studio Barnhus, l'etichetta svedese più giocosa e meno seria del pianeta house, otto pezzi da ballo grezzi più due interludi da area di servizio.

La scelta di casa non è secondaria. Barnhus è il posto dove la house non si prende sul serio nemmeno quando è fatta benissimo, e Dicker ci si infila con la faccia di chi ha finalmente il permesso di essere immaturo. Perché il punto di «Ton Up» è tutto lì. Non c'è nessuna traccia di quella "crescita" sofferta che si pretende dagli artisti elettronici arrivati al quinto album, dopo la terapia e la paternità. C'è invece un produttore che pesta il sampler come faceva quindici anni fa, solo più veloce, intorno ai 140 bpm, con l'attitudine di chi sta facendo impennare un motorino nel parcheggio invece di scrivere l'ennesimo bel disco da cuffie.

Il singolo apripista «Ding The Motor» è un po esemplificativo, parte carico e non molla un colpo, sintetizzatori che pungono come una wah-wah e un basso che ti costringe a muoverti anche se non vorresti, quasi un big beat di fine anni Novanta issato su un'onda di breakbeat hip-hop. È qui che il disco funziona meglio, ossia quando la ruvidità dello strumentale rap incontra il motore pompante della house e la macchina sembra sul punto di sbandare. Quando succede, come nei momenti più cattivi di «Cut Funk» o «Double Arrows», è pressione, swing, ripetizione, niente da spiegare.

Il problema è che non succede sempre. Preso a pezzi, la corsa di «Ton Up» è entusiasmante; presa come album, tende ad appiattirsi. Otto pezzi che corrono tutti alla stessa andatura, senza vere transizioni né cambi di dinamica, finiscono per somigliarsi, e l'assenza di respiro tradisce la natura un po' cerebrale di questa musica: è pensata da uno che sa benissimo come si costruisce una traccia da club, ma è qui che mi perde quando è dancefloor too much. È una frenesia che, paradossalmente, a tratti stanca più che travolgere.

E qui i conti tornano con la sensazione di chi lo ascolta e ne porta a casa quattro pezzi buoni su dieci. Non è un incidente: è la fisiologia di un disco costruito per l'impatto immediato, dove i brani migliori colpiscono al primo giro e gli altri passano senza lasciare traccia. I due interludi — «Ton Up Bonus Beat» e quel «Do You Know Gold Panda?» che chiude con un mezzo sorriso autoironico, servono a ricordarti che Dicker si sta divertendo, e il divertimento è contagioso finché dura. Ma un disco di house che vive di ripetizione ha bisogno di un paio di trance in più tra le pieghe, e queste qui non sempre arrivano.

Resta un cambio di rotta onesto e godibile, il suono di qualcuno che a metà carriera ha deciso di fregarsene delle aspettative e mettere più rumore di motore e meno introspezione. Come gesto, è liberatorio e gli fa onore. Come disco, arriva a metà strada: parte a razzo, tiene per un po', poi la strada si fa dritta e monotona. Quattro tracce che vale la pena tenere in tasca, e la certezza che Gold Panda, quando riaccende il motore, sa ancora far tremare i vetri.

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Ho consultato:

  • [Studio Barnhus — Gold Panda: TON UP]
  • [Pitchfork — Gold Panda: Ton Up]