Etichetta: Rock Action Records · Durata: 55:49 per 14 tracce
...perciò riempi i polmoni di vita e urla!
Fin dal primo sguardo, nell'estetica e nell'attitudine di Aidan Moffat e Malcolm Middleton, meglio noti come Arab Strap, si coglie un'impenitente vocazione a farsi trovare impreparati. È una forma di pigrizia attiva, che porta tanto alla procrastinazione quanto ad un labor limae quasi chirurgico sul gesto artistico nel suo insieme: un arrivare sistematicamente per il rotto della cuffia che richiede tempo, ma che in egual misura restituisce la massima cura per i testi e per il tessuto musicale.
Guardandosi indietro i due scozzesi di Falkirk hanno spesso dichiarato di essere soddisfatti della carriera e del successo ottenuti. Un successo solido, coerente e stabile, maturato tra gli appassionati di un genere che non impone esibizioni negli stadi tra «fumi e raggi laser» (semicit.), e che lascia loro la stessa libertà creativa degli esordi. «Scriviamo e componiamo nelle nostre stanze come abbiamo sempre fatto, oggi come trent'anni fa». Ciò che cambia, grazie alla tecnologia, è che tradurre le idee in tracce audio è tecnicamente molto più facile e veloce…
Per celebrare i trent'anni di carriera (sebbene il duo si sia fermato per circa dieci) gli Arab Strap pubblicano il loro album più rumoroso e melodico di sempre: il disco meno «nudo» della loro storia. Diventati celebri per atmosfere scarne, notturne e riflessive, sembrano voler indossare l'abito buono per la grande rentrée. Viene in mente una vecchia diva, ebbra di sé, che scende le scale incurante dell'inevitabile viale del tramonto e chiede: «Ancora mi volete? Beh, eccomi qui!»
Dopo il lungo iato, gli «Arab Strap 2.0» firmano con Half Told Tales il terzo album della loro seconda vita artistica. È anche il loro disco più "rumoroso", e non a caso si apre con un brano rock pesante e volutamente fragoroso, I Get Noise. Nel testo Aidan intona una cruda lamentela contro l'inutile che ci soffoca ogni giorno, senza però tirarsene fuori: ne è parte, e lo sa. Lo stesso doppio registro ironico attraversa il secondo pezzo, You You You, anch'esso rumoroso (almeno per gli standard del duo) ma in stile disco, quasi a invitarci a ballare, mentre il testo elenca senza pietà i segni dell'invecchiamento, l'ipocrisia dilagante, persino tra gli artisti privilegiati, e la paura del futuro.
Più nelle corde degli scozzesi è Be a Man: un pianoforte apre la strada a un testo che racconta le paure e l'amore di un padre per il figlio che cresce, forse uno dei momenti più alti del disco. Seguono Fighting for You e Glamour Magick, due singoli altrettanto rumorosi che puntano il dito contro l'ipocrisia della vita moderna: il primo contro il clima di terrore alimentato dalle notizie costruite per far infuriare e dal clickbait, il secondo contro le vacue promesse di eterna giovinezza della chirurgia estetica. Con Gape si torna in territori più abituali per gli Arab Strap: i versi raccontano una vita ordinaria e i buoni propositi destinati a restare tali di un uomo che ha superato la mezza età e sente avvicinarsi la liberazione dalle preoccupazioni mondane. A offrirla è una presenza amica che potrebbe non essere affatto una persona, ma qualcosa di ben più definitivo. Under Offer è invece un brano splendidamente tipico del duo: in un'atmosfera sospesa e inquieta, un uomo ripensa alla casa in cui è cresciuto e ai momenti preziosi vissuti tra quelle mura, mentre la vede passare di mano in mano, e con ogni passaggio cancellare un po' di più le anime e le memorie che l'hanno abitata. Basic Physics torna su territori più chiassosi, con la batteria in primo piano. Il testo è una dichiarazione d'amore che gioca con un lessico preso in prestito dalla fisica e dalla natura. Sunsong, più nelle corde del duo, si sviluppa con una melodia semplice ma accattivante, ed è sorprendentemente una canzone del risveglio: il sole (ma forse una persona amata), inatteso filtra dalla finestra, irrompe nella stanza disordinata del protagonista e lo desta, portando tregua e speranza dopo un lungo inverno dell'anima.
Dollar Park è il nome di un parco di Falkirk, ma anche il brano che segue: una canzone sulla nostalgia di un luogo della giovinezza, incarnata da una ragazza che il protagonista immagina in vari momenti di quegli anni, quando la parola "sempre" aveva ancora senso, anche se solo per illusione. Mr. Splitfoot è forse il testo più sorprendente del disco. Il protagonista (Aidan stesso?) racconta, in tre momenti diversi della vita, la sua passione per il soprannaturale, quasi una scusa per estraniarsi dal presente. Nel finale le orme degli spettri inseguiti diventano i passi misurati e raccolti di un corteo funebre. Ampersand, titolo che richiama la "&" (la "e commerciale"), parla di una coppia di lunga data e di ciò che la tiene unita al di là del bisogno di ferirsi a vicenda. Chiudono il disco Fragments e Beats Per Minute, due brani eccellenti accomunati dal tema esistenziale del tempo che passa.
Il disco segna il trentennale della band: gli scozzesi stessi hanno dichiarato che il modo migliore di festeggiare il traguardo è fare ciò che amano di più: nuova musica. Non posso che dare ragione ad Aidan e Malcolm.
P.S.: Per il "Crate Digging" ho scelto non presentati prima dell’uscita del disco.
E se stai ascoltando questa canzone su Spotify
Allora entrambi finanziamo l'IA di livello militare
Ma se non fosse qui, come potresti ascoltarla?
Siamo in trappola, ma non dobbiamo far finta che ci piaccia
Non so che cazzo fare
Quando regna l'ipocrisia e niente è vero
E nessuno paga per comportamenti aberranti
Fanculo questi demagoghi che fanno finta di essere salvatori
