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Il 26 dicembre, mentre tu smaltisci il pranzo di Natale, il calendario liturgico ricorda un uomo preso a sassate: Santo Stefano, primo martire cristiano, cioè il protomartire. Da questa parola vengono i Protomartyr. Joe Casey l’ha spiegato con una franchezza disarmante: la parola gli piaceva come suonava, e pazienza se chi la sente per la prima volta chiede di ripeterla... Ammette lui stesso che non è il nome migliore del mondo ma sticazzi! In compenso dice qualcosa della band, che attribuisce parte del proprio umorismo nero all’educazione cattolica. Prima di diventare Protomartyr, Greg Ahee e Alex Leonard suonavano in due come Butt Babies. Direi che il "cambio di ragione sociale" ha giovato!
Detroit, quindi. Un baritono che racconta più che cantare, chitarre spigolose, una sezione ritmica che non perde mai il filo. Dal debutto «No Passion All Technique» (2012) ai dischi per Domino, dove stanno dal 2017, hanno fatto del post-punk un mestiere di precisione, con Casey nella parte del narratore della malinconia quotidiana.
«Hotel Usona» è il settimo, uscito il 25 settembre. L’idea nasce da un fatto privato. Casey aveva da poco avuto un figlio, era spesso assente mentre in tour scriveva nuova musica, e ha proposto ad Ahee una cornice: un hotel dove ogni stanza diventa una canzone. Poi la politica ha preso il sopravvento e l’hotel è diventato l’America, con Usona che lui spiega come acronimo di United States of North America. Dice di fare fatica a chiamarlo concept album, e fa bene, perché il disco ha una forte integrità anche se ignori la metafora.
Il suono si apre di più in questo LP. In cabina c’è Dave Fridmann, quello di Flaming Lips e MGMT, con Ahee coproduttore, e i fiati li suona suo figlio Jon.
Ottoni, archi da colonna sonora, la batteria di Leonard spesso in primo piano, e c’è chi ci sente perfino i The Fall. Il risultato è meno nervoso dei dischi precedenti, più paziente, e proprio per questo più cupo nonostante il suo sia più aperto del solito. La rabbia è diventata stanchezza, che forse fa anche più paura, quella curva di Kübler-Ross...
Per me è il lavoro è il più "catchy" della loro carriera. Manca la botta immediata alla «Windsor Hum» o «Male Plague», «Converts» e «Third Country» restano un gradino sotto l’ambizione del resto, e «Checking Out» chiude lasciando la porta socchiusa, ma come dire è fare un po la punta ai chiodi perché è un gran disco.
Gli artwork di questa band mi hanno sempre affascinato, lontani da certi registri che vogliono attirare l'occhio, sembrano opere pittoriche. Le copertine Casey se le cura da sé, ritaglia vecchie riviste, disegna, assembla con lo scotch e va a fotocopiare in copisteria. Il computer serve solo a scansionare. Ha raccontato di aver iniziato a suonare anche per avere una scusa per fare volantini e copertine, e tra i riferimenti cita i flyer punk fatti a mano e Caravaggio.
Ogni disco ha il suo colore. Il campionario è strano e bellissimo: J. Robert Oppenheimer su «No Passion All Technique», un busto di Costantino, un cane che ringhia, un rivoltoso col passamontagna. Su «Relatives in Descent» c’è Maude Fealy, attrice del muto, trovata cercando le attrici che avevano interpretato Giovanna d’Arco e scelta per l’espressione fuori dal tempo, il tutto in bordeaux. Su «Ultimate Success Today» c’è un mulo: Casey ne è affascinato da sempre e ci ha letto sopra una storia dei muli dell’esercito americano, fatica e sfruttamento compresi. Sullo sfondo, un codice segreto inciso a mano e interrotto a metà, perché a un certo punto gli è parso che bastasse così.
L’ultimo capitolo è un’aquila fotografata da Ben Rosenberg, fotografo di uccelli, a Belle Isle, l’isola davanti a Detroit. A Casey piacque perché è un’aquila urbana, trasandata, lontanissima dall’iconografia solenne che ti aspetti dall'immaginario propagandistico americano. L’idea di partenza era un’altra, una donna con due gatti, poi il disco ha preso la strada dell’America. Il giallo l’ha scelto perché per lui è "malattia e decadimento", ma non è riuscito a ottenerlo da solo "le copisterie di oggi non fanno più quello che facevano una volta".
Un’aquila spelacchiata, in un giallo da referto medico, su un disco con i fiati di un’orchestra che suona l’ultima volta. L’America di Casey ha l’aspetto giusto.

