Copertina di Space Afrika — Quiet Storm
  • Band: Space Afrika
  • Titolo: Quiet Storm
  • Etichetta: Dais Records
  • Data: 25 Settembre 2026
  • Durata: 48 minuti, 13 brani

Mettiti comodo, abbassa le luci e, se puoi, alza un po’ il volume: questo è un disco che chiede la notte. Non lo dico soltanto io, lo dice il titolo. «Quiet Storm» è il nome che le radio americane davano ai programmi delle ore piccole, quelli lenti, a voce bassa (immagina un trasmissione di Alessio Bertallot). A suggerirlo agli Space Afrika è stato l’artista Glenn Ligon, di cui la copertina riprende un dettaglio di «Figure #30», un quadro fatto di acrilico, serigrafia e polvere di carbone. Basta questo per capire da dove si parte: il buio non da leggere come assenza di luce, ma il materiale con cui lavorano.

Un passo indietro, per chi arriva adesso. Joshua Tarelle Reid e Joshua Inyang sono amici di Manchester, pubblicano dal 2014 e fanno parte di quella nidiata tra Salford e Manchester legata al club The White Hotel, la stessa di Blackhaine e Rainy Miller. Con «Honest Labour», nel 2021, avevano trasformato il lockdown in un ambient dub-techno intimo, quasi sussurrato. Cinque anni dopo aprono le finestre e fanno entrare gli altri... «Quiet Storm» è pieno di ospiti, ma suona come un unico programma notturno, con i due Joshua a fare i conduttori e ogni voce ospite che entra in studio, dice la sua e lascia il microfono.

Il primo a entrare è il soprano Axelle Fanyo in «Vanity», otto minuti di archi e silenzi. Se l’opera non ti è familiare, tranquillo nemmeno a me, qui la voce lirica funziona un po come un drone, una nota lunga che sale e ti cambia il clima. Subito dopo arriva «Crying never had a voice ~», con il violoncello di Vanessa Bedoret, la pioggia e un fondo di rumore industrial. È la sensazione di cercare un angolo di silenzio dentro una città che non si spegne mai. Poi Alto Aria con il piano di Kelly Moran, e il disco è ancora lì, nel suo territorio di musica da camera.

A questo punto, se ti aspetti un disco solo "classico", il disco ti spiazza. «Ballad for a ‘G’» dura un minuto e quaranta: c’è il rapper RXKNephew, c’è la produzione ruvida di Klein, e il baricentro si sposta di colpo verso l’hip-hop. Quanto al trip-hop, pensa a quel modo di rallentare il rap e riempirlo di nebbia che negli anni novanta ha dato Portishead e Massive Attack, due dischi con cui sono cresciuto. Qui non c’è citazione, c’è la stessa malinconia a passo lento, passata per il dub di Manchester. Il punto più teso è «MLN», con Tony Njoku: ritmo serrato, sub-bass, voce in primo piano. In «If This Is Hell» Deuén lascia correre il flusso di coscienza su percussioni nervose e si interrompe a metà pensiero. Pare l’abbia registrata in un’unica take.

Il programma si chiude con «Regards»: pioggia, organo, droni e, in mezzo, il rumore di un’arma che si ricarica. Non ti consola, ti lascia con la domanda aperta, e per me è il momento in cui il disco è più intenso.

A mio avviso la profondità emotiva sta tutta qui: nessuno spinge sul pathos, è lo spazio tra le voci a fare il lavoro. Riascoltalo quando la casa è zitta, magari con una luce soffusa è in questo momento che il disco smette di sembrare un esperimento e comincia a parlarti piano.

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